Terapia di Stimolazione Cognitiva e solitudine nelle persone con demenza lieve-moderata
La Terapia di Stimolazione Cognitiva (Cognitive Stimulation Therapy, CST) è un intervento psicosociale con solide evidenze di efficacia e raccomandato per sostenere il funzionamento cognitivo, contrastare i disturbi psicologici e comportamentali e favorire la qualità di vita nelle persone con demenza. Lo studio recentemente pubblicato, parte di un più ampio progetto multicentrico, ha esaminato, per la prima volta, se la solitudine sociale ed emotiva possano essere contrastate grazie alla CST in persone con demenza lieve-moderata. È stato indagato, inoltre, il ruolo del livello della solitudine sociale ed emotiva (prima della CST) nell’influenzare i benefici cognitivi, comportamentali, psicologici e legati alla qualità di vita promossi dall’intervento. Sono state coinvolte 115 persone con demenza lieve e moderata, suddivise tra un gruppo coinvolto nella CST ed uno di controllo -attivo-. I risultati hanno evidenziato una diminuzione della solitudine emotiva, nel breve termine, solo nel gruppo che ha preso parte alla CST. Non sono stati, invece, trovati cambiamenti significativi per la solitudine sociale. È inoltre emerso come i livelli iniziali di solitudine modulino i benefici dell’intervento: livelli più bassi di solitudine sociale sono associati ad una maggiore riduzione dei sintomi depressivi, mentre livelli più elevati di solitudine emotiva sono risultati essere relati a miglioramenti più marcati della qualità di vita, sia nel breve che nel lungo termine. Un approccio centrato sulla persona che integra stimolazione cognitiva e interazione sociale, aspetti peculiari della CST, sembrerebbe ridurre la solitudine emotiva, quindi la percezione di non avere relazioni intime e profonde soddisfacenti. Includere le diverse componenti della solitudine nella progettazione e valutazione di efficacia di interventi psicosociali per la demenza apre nuove prospettive di ricerca di base e applicativa.
Autori: Riccardo Domenicucci, Elena Carbone, Federica Piras, Erika Borella Link all’articolo: https://doi.org/10.3389/fpsyg.2025.1656626


